Logo Margotta Medical

Legge Gelli‑Bianco: cosa cambia dal 16 marzo per le strutture socio‑sanitarie

immagine post

La Legge 24/2017 (cosiddetta Gelli-Bianco) ha introdotto un principio chiave: la sicurezza delle cure fa parte integrante del diritto alla salute e deve essere perseguita attraverso un sistema di gestione del rischio clinico che coinvolga tutto il personale sanitario. In altre parole, ogni figura professionale, a qualsiasi livello, è chiamata a contribuire alla prevenzione degli errori e degli incidenti in sanità. Questo include non solo medici e infermieri, ma anche l’Operatore Socio-Sanitario (OSS), spesso meno citato ma fondamentale. Cosa significa, però, concretamente, coinvolgere anche l’OSS in un sistema di risk management? Proviamo a esplorarlo con alcune riflessioni aperte, come farebbe il team di Margotta Medical, immaginando nuove prospettive e benefici possibili.

Con l'avvicinarsi della data del 16 marzo 2026, giorno in cui le strutture socio-sanitarie dovranno essere pienamente allineate ai requisiti della norma, la gestione del rischio non è più un concetto teorico, ma un obbligo operativo e organizzativo urgente. Comprendere come coinvolgere tutti i membri del team - OSS compresi - è essenziale per adeguarsi a pieno alla legge e garantire assistenza sempre più sicura.


Un obbligo condiviso dalla normativa: tutti coinvolti, OSS compresi

L’orientamento normativo è chiaro e forte: “alle attività di prevenzione del rischio … è tenuto a concorrere tutto il personale”. Questo passaggio della Legge Gelli-Bianco ribadisce che la gestione del rischio non è compito di pochi esperti, ma un processo collettivo in cui ciascun membro del team ha responsabilità attiva. Del resto, già una storica sentenza della Corte di Cassazione (447/2000) affermava che “tutti gli operatori sanitari sono, in forza di legge, portatori di una posizione di garanzia … nei confronti dei pazienti”, ovvero hanno il dovere giuridico di tutelare la persona assistita da ogni pericolo che ne minacci l’integrità.

Inserire gli OSS in questo quadro non è quindi solo una buona pratica, ma risponde a un obbligo deontologico e legale condiviso. La Federazione degli infermieri (FNOPI), ad esempio, sottolinea che la sicurezza delle cure si ottiene con “il coinvolgimento e la sinergia di ogni operatore sanitario, ciascuno secondo il proprio ruolo”. Ciò implica che anche l’OSS, secondo le sue competenze, debba essere parte integrante dei processi che garantiscono cure sicure e di qualità. In pratica, la prevenzione del rischio diventa un obiettivo dell’intera squadra assistenziale, nessuno escluso.

L’OSS in prima linea: perché il suo contributo è fondamentale

Spesso l’OSS viene definito il “frontline” dell’assistenza. È la figura che trascorre più tempo accanto all’ospite/paziente nelle attività quotidiane di cura: igiene, alimentazione, mobilizzazione, osservazione dello stato generale. Questa prossimità pone l’OSS in una posizione unica per cogliere tempestivamente segnali di rischio. Pensiamo a situazioni comuni: un pavimento bagnato che può causare una caduta, una barriera al letto non rialzata, un arrossamento cutaneo iniziale su cui intervenire per evitare una lesione da pressione. L’OSS è lì, presente nel momento in cui queste situazioni si manifestano, e può agire o segnalarle immediatamente.

In un sistema di gestione del rischio efficace, l’OSS diventa gli “occhi e le orecchie” del team sul campo. Il suo sguardo attento può identificare potenziali errori o deviazioni dalle procedure prima che causino danno. Ad esempio, notare che una procedura asettica non è seguita correttamente, oppure accorgersi che un dispositivo medico presenta anomalie, rientra nel suo campo di osservazione quotidiana. Coinvolgere l’OSS significa ampliare la rete di sorveglianza: più operatori attenti sul campo equivale a maggiori probabilità di intercettare il pericolo in anticipo.

Va riconosciuto, però, che storicamente l’OSS non sempre è stato incluso nelle discussioni sulla sicurezza clinica. Spesso la gestione del rischio è stata percepita come affare “da dirigenti” o da sanitari laureati. Ma oggi stiamo capendo che questa visione è limitante: la prima linea assistenziale è anche la prima linea di difesa. Come osserva un recente contributo, “è indispensabile anche il contributo degli operatori di supporto, in modo che le attività comincino a funzionare già dalla prima linea e non solamente a livello teorico o dirigenziale”. In altre parole, senza l’apporto degli OSS (operatori di supporto), le migliori politiche di risk management rimangono teoria; con loro, la sicurezza diventa pratica quotidiana e tangibile.


ABCrisk: uno strumento digitale per una gestione del rischio efficace

Per rispondere alle necessità di un approccio strutturato alla gestione del rischio, ABCrisk si propone come una soluzione digitale semplice, intuitiva e conforme alle esigenze delle strutture socio-sanitarie.

Si tratta di un software progettato per semplificare la raccolta e l'analisi delle segnalazioni, consentendo a tutte le figure professionali - tra cui gli OSS - di partecipare attivamente al sistema di risk management.

Con ABCrisk è possibile:

  • registrare rapidamente eventi avversi e quasi‑errori, anche direttamente dal reparto;
  • monitorare trend e criticità attraverso dashboard visive;
  • condividere in modo chiaro le informazioni con tutto il team;
  • supportare le attività di audit e di miglioramento continuo.

Questo processo di digitalizzazione non soltanto agevola la conformità alla normativa, ma rende la gestione del rischio un processo condiviso e quotidiano, anziché un adempimento burocratico isolato.


Strategie per integrare efficacemente gli OSS nel risk management

Coinvolgere gli OSS nella gestione del rischio clinico non avviene automaticamente solo perché la legge lo prevede. Richiede invece un cambiamento culturale e organizzativo. Alcune strategie efficaci includono:

  • Formazione mirata e continua: percorsi formativi specifici sulla sicurezza dell’Ospite e sulla segnalazione degli eventi avversi, con simulazioni e aggiornamenti sulle best practice;
  • Canali di segnalazione accessibili: sistemi semplici affinché gli OSS possano segnalare errori o quasi‑errori senza ostacoli burocratici, anche tramite strumenti digitali come ABCrisk;
  • Cultura del “no blame”: promuovere un ambiente in cui la segnalazione non comporti colpevolizzazioni, rafforzando la partecipazione attiva;
  • Inclusione nei gruppi di lavoro: far partecipare gli OSS a riunioni sulla sicurezza e audit clinici, valorizzando il loro punto di vista;
  • Feedback e riconoscimento: dare riscontro sulle segnalazioni ricevute, motivando chi contribuisce alla sicurezza.

Queste strategie non sono verità assolute garantite – ogni struttura dovrà adattarle alla propria realtà – ma rappresentano spunti concreti per passare dalla teoria della legge alla pratica quotidiana. L’OSS può diventare così parte attiva del sistema di gestione del rischio, sentendosi parte di un gioco di squadra il cui obiettivo è un’assistenza sicura.


Benefici potenziali del coinvolgimento attivo degli OSS

Quali vantaggi può portare, in concreto, l’integrazione degli OSS nel risk management? Immaginiamo alcuni possibili benefici di una partecipazione realmente attiva e strutturata:

  • Più occhi sul campo, con maggiore probabilità di intercettare segnali di allarme in anticipo;
  • Reattività immediata sulla base delle osservazioni dirette degli OSS;
  • Migliore comunicazione e lavoro di squadra, con flussi informativi più fluidi tra operatori, infermieri e dirigenti;
  • Crescita professionale e motivazione, perché l’OSS sente riconosciuto il proprio ruolo strategico;
  • Aderenza alla normativa e reputazione della struttura, dimostrando un sistema di gestione del rischio completo e partecipato.

Naturalmente, questi benefici andrebbero verificati sul campo e non si realizzano dall’oggi al domani. Tuttavia, la logica suggerisce – e l’esperienza in molte realtà conferma – che un sistema sanitari e socio-sanitario in cui anche l’ultimo anello della catena è forte e partecipe risulta globalmente più sicuro.


Verso una cultura condivisa della sicurezza

Includere l’OSS nei processi di risk management non è solo questione di procedure, ma di cultura organizzativa: l’idea che la sicurezza dell’Ospite sia un valore collettivo, a cui ciascuno contribuisce con il proprio sguardo e le proprie azioni.

Potremmo immaginare una RSA in cui l’OSS, notando un potenziale pericolo, si sente immediatamente responsabile di comunicarlo, sapendo di trovare ascolto e supporto. In questa visione, la sicurezza diventa davvero patrimonio di tutti, non uno slogan.

Con l’approssimarsi del 16 marzo 2026, ogni struttura socio‑sanitaria ha l’opportunità di rafforzare la propria cultura della sicurezza, trasformando l’obbligo normativo in una pratica quotidiana che tutela gli Ospiti, valorizza il personale e consolida la reputazione.

Come recita un motto caro agli esperti di risk management:

“La sicurezza dell’Ospite è un gioco di squadra.”
E in questa squadra, l’OSS non è più in panchina — è in campo con la maglia numero 1, pronto a fare la sua parte.


FONTI:

  • Legge 8 marzo 2017, n.24 (“Legge Gelli-Bianco”), Art. 1, comma 3 – Sicurezza delle cure e gestione del rischio clinico
  • FNOPI – Legge 24/2017: Cosa prevede e come cambia la responsabilità sanitaria (articolo) – Principio del coinvolgimento di tutto il personale nelle attività di prevenzione del rischio
  • Nurse24.it – Contributo dell’OSS nella gestione del rischio clinico (articolo, 2020) – Importanza della segnalazione di errori e violazioni anche da parte degli OSS; ruolo degli OSS nella cultura della sicurezza no-blame
  • Nurse24.it – Sicurezza delle cure: FNOPI in audizione alla Camera (articolo, 2023) – Concetto di posizione di garanzia di tutti gli operatori sanitari verso il paziente e responsabilità d’équipe nella sicurezza delle cure.

Rimani aggiornato

Scopri altri articoli e novità dal mondo dell'innovazione sanitaria.

Legge Gelli‑Bianco: cosa cambia dal 16 marzo per le strutture socio‑sanitarie